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Immagine 029

 

Si crede spesso che il viaggio di un artista si possa descrivere solo come una sorta di linea a salire, una via con un punto d’arrivo, un apice addirittura, come se non ci fossero incertezze sulla strada, come se ogni passo portasse inevitabilmente al successivo quasi come unire i punti di una figura già decisa; nel discorso in questa forma non c’è sconquasso non c’è incertezza l’analisi è pulita la comunicatività assicurata. A volte però questo modo risulta dovremmo dire inadeguato e lo è in questo caso che più propriamente dovremmo raccontare di una sinusoide, metafora di più incerto effetto ma foriera di possibilità esplorative e varianti perfette necessarie.
Quella di Dalila Chessa è una sinusoide ardita che muove forme espressive diverse tra le pieghe di una ricerca inquieta ma ferma, che si lascia esplorare in ogni fisionomia possibile. Non già concetti che si rappresentano con una precisa, nel senso di decisa a tavolino, forma artistica ma le forme d’arte che indagano la ricerca. Una sorta di capovolgimento dei ruoli, lo scardinamento delle regole, un gioco dei sensi, della percezione.
La pittura è un impasto, un richiamo energico pare di terra con la terra, terra come amalgama come nucleo come origine di tutto e poi come origine delle forme, forma come un orizzonte, come uno squarcio di cielo che si piega per incunearsi in visioni dense quasi plasmabili di edifici-materia che cercano spazio che ingoiano spazio, spazio che negli acquarelli è così profondo da trascinarti dentro al nero della linea prospettica, al vicolo buio tra le quinte di un mondo scenografico costruito per cullarsi a pensare senza presenze senza vita ma specchio della vita, una natura morta moderna, perfetta fatta di squarci sulla vita. E qui la fotografia taglia porzioni di quella scenografia, ombre, luce e un silenzio quasi evocato che crea una momentanea illusione di pace dopo il tumulto, illusione perché il rosso di un ammasso di ferro instabile e il viola di una lana magmatica riportano a una vertigine che non è arrivo ma semmai preludio a un moto, un innesco.
Così si muove la linea di Dalila, non diretta, non ciclica, non interrotta invece sinuosa inevitabilmente piegata perché contaminata perché il terreno della scoperta ha forme e fame di modi diversi e perché il coraggio della ricerca apre possibilità imprevedibili e impreviste.

Sara Filippi

 

 

 

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