Si crede spesso che il viaggio di un artista si possa descrivere solo come una sorta di linea a salire, una via con un punto d’arrivo, un apice addirittura, come se non ci fossero incertezze sulla strada, come se ogni passo portasse inevitabilmente al successivo quasi come unire i punti di una figura già decisa; nel discorso in questa forma non c’è sconquasso non c’è incertezza l’analisi è pulita la comunicatività assicurata. A volte però questo modo risulta dovremmo dire inadeguato e lo è in questo caso che più propriamente dovremmo raccontare di una sinusoide, metafora di più incerto effetto ma foriera di possibilità esplorative e varianti perfette necessarie.
Quella di Dalila Chessa è una sinusoide ardita che muove forme espressive diverse tra le pieghe di una ricerca inquieta ma ferma, che si lascia esplorare in ogni fisionomia possibile. Non già concetti che si rappresentano con una precisa, nel senso di decisa a tavolino, forma artistica ma le forme d’arte che indagano la ricerca. Una sorta di capovolgimento dei ruoli, lo scardinamento delle regole, un gioco dei sensi, della percezione.
La pittura è un impasto, un richiamo energico pare di terra con la terra, terra come amalgama come nucleo come origine di tutto e poi come origine delle forme, forma come un orizzonte, come uno squarcio di cielo che si piega per incunearsi in visioni dense quasi plasmabili di edifici-materia che cercano spazio che ingoiano spazio, spazio che negli acquarelli è così profondo da trascinarti dentro al nero della linea prospettica, al vicolo buio tra le quinte di un mondo scenografico costruito per cullarsi a pensare senza presenze senza vita ma specchio della vita, una natura morta moderna, perfetta fatta di squarci sulla vita. E qui la fotografia taglia porzioni di quella scenografia, ombre, luce e un silenzio quasi evocato che crea una momentanea illusione di pace dopo il tumulto, illusione perché il rosso di un ammasso di ferro instabile e il viola di una lana magmatica riportano a una vertigine che non è arrivo ma semmai preludio a un moto, un innesco.
Così si muove la linea di Dalila, non diretta, non ciclica, non interrotta invece sinuosa inevitabilmente piegata perché contaminata perché il terreno della scoperta ha forme e fame di modi diversi e perché il coraggio della ricerca apre possibilità imprevedibili e impreviste.

Sara Filippi, Storica dell’Arte

 

 

IL RIPOSO ATTIVO

 

Nell’arte il processo creativo si sviluppa a volte attraverso andamenti imprevedibili, spesso impulsivi ed irrazionali o determinati dal quieto e continuo accumularsi di immagini, incontri, dialoghi, viaggi, ma anche suggestioni, silenzi e ricordi.

Ogni impulso viene raccolto e si stratifica andando a formare un tessuto, un “fermento evolutivo” – per citare l’artista – che risulta essere nel contempo ricchezza preservata e potenziale in trasformazione.

In questo incessante procedere, spontaneo e involontario, le sollecitazioni necessitano di una fase di decantazione, attraverso la quale poter essere rielaborate in virtù di una prossima metamorfosi.

La sedimentazione come momento di evoluzione, riposo attivo, produce una maturazione e preannuncia un cambiamento.

Le stratigrafie di Dalila Chessa, dunque, sono solo apparentemente statiche; le tele riferiscono, al contrario, un’energia arcaica ed istintiva che si tramuta ed è in costante fermentazione.

I colori caldi e bruciati delle colline, la terra polverosa e pastosa – elementi peculiari dei luoghi in cui l’artista è cresciuta – vengono ripresi senza implicazioni nostalgiche, tipiche di tanto paesaggismo, ed impiegati con l’intento di dare forma alla metafora del sedimento attraverso l’astrazione del sottosuolo.

Il naturale e disinvolto utilizzo della materia – che spazia dall’acrilico, al gesso, alla sabbia, alla carta – si associa ad un gesto artistico vigoroso ma sempre accompagnato da un’istintiva riflessione. Questo particolare approccio Dalila Chessa lo recupera – con il fascino di un atto compiuto nella freschezza della spontaneità – dalla ceramica, dalla modellazione di una materia in continua trasformazione, che necessita al contempo ponderazione ed immediatezza.

Tale libertà nell’uso della materia e di diversi mezzi espressivi è una dote che concede la facoltà di intraprendere un percorso artistico in continuo divenire, aperto al cambiamento e a molteplici possibilità di sviluppo.

 

Marta Paolini, Storica dell’Arte

aprile 2014

TRAN-sito

di Dalila Chessa

 

Ricorrendo a pochi ed essenziali elementi, in “TRAN-sito” Dalila Chessa tratteggia con colori e figure rievocative la densa storia di un territorio come la Maremma che nel tempo ha saputo offrire le risorse necessarie al sostentamento senza però mai lasciarsi stravolgere dall’operato esogeno e talvolta estremamente invadente dell’uomo. A differenza di altre aree della Toscana, negli anni la Maremma ha mantenuto la propria conformazione fisica, non ha subito massicci interventi edificatori, non si è lasciata fagocitare dal frenetico trascorrere del tempo, ma ha gelosamente conservato il suo “essere”. Da qui l’intuizione, l’esigenza di Dalila Chessa di voler raccontare la vocazione di un territorio che sembra trovarsi sospeso nel tempo e nello spazio, tra cielo, terra e mare, lontano da ogni logica contemporanea. Una sospensione che invoglia quasi ad “andare oltre”, come suggerisce il titolo, ma non prima di averne indagato le origini.

Il trittico, oltre a fissare una scansione temporale, a raccontare un avvicendarsi di momenti storici, individua anche dei precisi passaggi, come le origini etrusche che continuano a emergere dagli scavi, la vocazione mineraria, la bonifica di terreni insalubri, la progressiva inclinazione all’agricoltura e al pascolo, l’aspirazione a un futuro che stenta a tratteggiarsi con precisione. Le trasformazioni sono lente, quasi impercettibili, animate da percorsi quasi irreali.

La prima tela punta l’attenzione sull’essenza stessa della Maremma, ossia la terra, e in particolare l’humus, la parte più ricca e fertile, quella da cui ha origine la vita, indipendentemente dal suo aspetto. Gli esseri umani, gli animali e le rocce, sono tutti elementi essenziali di un percorso di crescita. E così la figura umana si fa tutt’uno con gli altri elementi della natura, quasi a fondersi. Ma per gran parte del territorio grossetano la terra significa soprattutto sottosuolo, ossia miniere. Quelle miniere di carbone, di mercurio, di minerali di ferro che hanno dato lavoro a tanti uomini, molti dei quali vi hanno perso la vita. Ed è proprio la tinta ocra, che richiama il colore della terra ossidata da sostanze ferrose, quella scelta dall’artista per caratterizzare la parte più superficiale del terreno, quella che trasuda sudore, fatica e sangue, rappresentati dalle colature che percorrono la tela.

Nella prima metà dell’Ottocento inizia la bonifica, il terreno si libera dalle masse di palude e dalla malaria, rendendolo accessibile alla produzione agricola, rappresentata nella seconda tela. Qui una figura umana si presenta in tutta la sua forza come protettrice della terra e custode, oltre che del proprio nucleo familiare, anche del bestiame. Generosa fattrice di sostentamento, la terra continua però a chiedere sudore e fatica. In questo quadro Dalila si svela allo spettatore con un piccolo stratagemma, in una sorta di intimo intendimento. È dell’artista, infatti, l’occhio della donna riportato sulla tela con un sapiente collage, quasi a sottolineare il suo intimo coinvolgimento ­­in quanto rappresentato. Le è proprio, infatti, un continuo richiamo all’istintivo rapporto tra uomo e animale.

Si arriva alla terza tela seguendo il fil rouge del tempo e della crescita. Non è più epoca di etruschi, di miniere e di pascoli, ma è il momento di guardare oltre e individuare nuovi percorsi. Resta memoria di ciò che è stato, a richiamarlo l’ocra della terra ossidata per l’attività estrattiva e il terreno fertile e fecondo su cui crescono degli alberi, disposti a donare protezione di fronte alle intemperie della vita. Permangono la fatica e il sudore, ossia le colature sulla tela, costanti nel percorso della civiltà che ha deciso di non arrendersi, ma di guardare oltre e individuare un nuovo cammino da percorrere, restando ancorato a quella terra “amara” che è la Maremma.

 

Chiara Balloni, Giornalista

 

 

 

Sedimentazioni

Quando la pittura non mortifica la propria urgenza nell’ambito della pura e semplice restituzione mimetica del già noto, fruito e fruibile dall’esperienza, quando cioè raccoglie la sfida della presentazione inedita, alimentandosi della necessità di creare e dare forma a un pensiero altrimenti inesprimibile, perché orfano di modelli di riferimento, allora, non di rado, ci si può imbattere in personalità ricche e complesse che, proprio nella pittura, hanno trovato non già il luogo che illustra e conclude un determinato percorso mentale ma, al contrario, la dimensione che sviluppa e sostiene, stimola e affina la riflessione, rendendola visibile nel suo divenire.

Le opere di Dalila Chessa sembrano scaturire da questo approccio virtuoso che, dopo una serie di sperimentazioni aniconiche è approdato a una referenzialità dell’immagine ricca di suggestione e di particolare originalità in cui convivono memorie personali e collettive, istinti, sogni, pensieri, visioni secondo un’attenta e ponderata regìa compositiva talvolta dissimulata dietro l’apparenza di una caotica emotività.

In realtà, a mettere ordine tra tante componenti, non prive di accattivanti contraddizioni, interviene quel particolare filo conduttore che, nella riflessione pittorica della Chessa, come già rilevato da più esegeti del suo lavoro, si può identificare nei concetti di sedimentazione e stratificazione.

Concetti che in qualche misura non soltanto possono leggersi come metafore dell’esperienza del vivere, ma anche, per estensione, della pittura stessa.

Una pittura quindi, questa della giovane artista toscana, che nella sedimentazione e stratificazione sottintende innanzitutto un’idea del tempo, per esprimere, nella varietà dei temi affrontati, la fragilità, instabile, provvisoria e imprevedibile di ogni percorso esistenziale e per estensione della natura.

Che si cimenti con opere di impianto paesaggistico, in cui spesso si riconoscono dolci declivi bruciati dal sole e altri connotati dei suoi luoghi d’origine, o che realizzi piccoli ritratti “d’invenzione” in cui il pigmento pittorico si sposa con il collage per esaltare la poetica ambiguità di volti dall’identità sospesa e contesa tra pittoriche verità e illusori frammenti di istantanee, sempre si riscontrerà nei manufatti di questa artista quella necessità di profondità e riaffioramento dei segni che si esprime prima di tutto in una materia ricca e ridondante e soltanto poi in figure e oggetti.

E’ nella sedimentazione materica, infatti, che risiedono, come ha affermato l’artista “gli stadi delle memorie passate: un passato primordiale, arcaico, primitivo” che nel tempo “cambia e si trasforma” perché “tutto nasce, scorre, si evolve, muore per poi rinascere, lasciando solo una traccia”.

 

Andrea Barberini Romoli, critico d’Arte

 

 

Tutto ciò che vive soggetto alle leggi del tempo, essere vivente o materico, è destinato a permanere in un incessante procedere evolutivo, che non si estingue con la morte, ma è destinato a generare continua metamorfosi. In questa nuova opera, Origini, l’artista prende avvio dalla serie dei Sedimenti come sua naturale prosecuzione, portando avanti, approfondendola, la sua personale ricerca e riflessione sull’idea del tempo: la sedimentazione e la stratificazione del sottosuolo “suggeriscono gli stadi delle memorie passate: un passato primordiale, arcaico, primitivo”, come lei stessa lo definisce, divenendo, pertanto, metafora dell’esistenza. L’idea di un passato archetipico si incarna, in questo nuovo progetto, attraverso precisi rimandi all’era preistorica: il simbolico innesto, fra i sedimenti, di riconoscibili tracce di pittura rupestre, ci trasporta alle origini dell’esistenza umana, ad un passato di difficile novero temporale, impenetrabile alla mente, onirico eppure reale. L’artista è riuscita a fermare sulla tela, in una posa di apparente staticità, questo stadio fluttuante nell’infinito scorrere del tempo e a dargli forma tangibile, come prova inconfutabile del suo avvenuto passaggio, fotogramma di un’esistenza in movimento e continua trasformazione. Quella di Dalila Chessa è una pittura materica, dalle tinte forti e decise, caratterizzata da una personale ricerca e libertà di mezzi espressivi. I materiali utilizzati in uno scenico assemblaggio (stucco, collage, cemento, malta, colla, bitume, gesso, carta, acrilico) danno anima alla rappresentazione del sottosuolo, trasformandolo in un essere vivente; si sovrappongono (stratificandosi) secondo le leggi della storia, impersonando reperti viventi di un’esistenza archetipica, umana, animale, vegetale che sia. I sedimenti sono tracce di un vissuto che continua a vivere, se pur in una dimensione involontaria, in un tutto panteistico, ed a generare rinascita e continua metamorfosi. Ma è in particolare il passaggio umano ad essere visibile in questa nuova astrazione del sottosuolo e ad emergere fra i sedimenti del terreno: le pitture rupestri, espressioni di un’umanità originaria, continuano a custodire e tramandare un messaggio incorruttibile, destinato a permanere. Se pur ugualmente coinvolta nel processo di perenne evoluzione della materia, all’arte è affidato il compito di eternare la memoria dell’umanità, preservandone l’essenza più pura. Una riflessione, quella dell’artista, non nostalgica, ma obbiettiva e cosciente sulla fragilità dell’esistere e sulla sua inevitabile ed inconsapevole soggezione alle leggi del tempo e della natura, ma anche sulla potenzialità umana di lasciare un segno destinato a perdurare. In questa sezione astratta del sottosuolo, non soltanto si può scorgere una metafora dell’esistenza, ma anche, per estensione, la raffigurazione di ogni personale vissuto, come scavo nelle recondite profondità dell’io: un paesaggio dell’anima, dunque, nel quale ogni individuo può riconoscersi. Frammenti simbolici riaffiorano in mezzo agli strati materici della pittura come reperti di un’archeologia dell’anima, rimandi alle origini di una personale esistenza archetipica, pezzi dimenticati, ignorati del nostro cuore, che credevamo perduti o dissolti. Ed è come ritrovare un io diverso da quello presente, sua origine e matrice, pezzi di ogni vissuto, emozioni, ricordi, tracce del nostro passaggio: ogni “occhio” può vedervi rispecchiata la propria storia. Ed è emozionante ritrovarsi, come un’epifania improvvisa.

Beatrice Cresti

 

Testo critico mostra Humankind

Ci sono le forme, i colori e i segni; sono gli elementi comuni, i mezzi d’artista. Poi c’è un sentire, simile a un desiderio, quello è sempre dannatamente unico e personale.

Nel lavoro di Dalila Chessa, le emozioni impastate di giallo, di viola e di terra, raccontano un percorso preciso e lucido, distinguono nettamente la sua personalità, il suo istinto per la materia e la sua propensione al racconto.
L’osservazione del mondo, le sue dinamiche naturali e sociali sono come un fil rouge che raccorda i diversi momenti del suo lavoro. Lavoro che oggi racconta di spazi che pretendono rappresentazione e di esseri viventi che si incontrano; uguali, senza categorie e distinzioni. Questa è la strada dell’equilibrio, la strada che porta al momento perfetto in cui l’idea di un uomo-umano che si riappropria del suo atavico legame con la natura, prende forma e lo fa in maniera prepotente e spontanea nello stesso momento.

Nelle tele di Dalila è interessante l’uso del colore che lei pare sempre dover domare, perché non diventi protagonista del racconto ma rimanga un mezzo, come il segno, il graffio o la forma. Un mezzo dal carattere fondamentale e perentorio che ha la stessa forza incisiva di quei volti nei volti dove l’uso del collage, con l’immagine del volto dell’artista stessa, rappresenta un ulteriore tentativo di creare un legame di comprensione tra l’artista, l’opera e il pubblico.

Questi scorci d’interni, dove ci sono animali come uomini e uomini come umani sono il palcoscenico di un messaggio che vuole portare a una riflessione proprio sulla sostanza dell’umanità. È equa l’essenza della vita nei dipinti di Dalila Chessa, un mondo umano e animale sostanziale, come se non ci fosse un essere superiore a un altro o un genere migliore di un altro. Non ci sono paragoni ne giudizi, c’è un’unica intensa emotività.

Sara Filippi  Storica dell’Arte

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